Sostenibilità

Simbiosi Industriale da Kalundborg a Livorno: intervista a Marta Dal Farra

Marta Dal Farra, facilitatrice del Progetto Livorno Simbiosi Industriale, spiega come replicare il modello di Kalundborg, evidenziando il ruolo chiave del facilitatore nel generare vantaggi di Economia Circolare per le aziende

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Caterina Bonafede

Sfridoo Staff

Nella grafica è presente Marta Dal Farra, facilitatrice del Progetto Livorno Simbiosi Industriale, e il titolo dell'articolo "Simbiosi Industriale da Kalundborg a Livorno: intervista a Marta Dal Farra"
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Da una passione è nato un lavoro. Marta ha studiato Economia all’Università di Verona e ha unito i suoi studi con la sua passione per l’Economia Circolare proprio in Danimarca, dove si è specializzata con un Master in Global Development.

Si definisce una “sognatrice realista”, crede che le aziende possono essere il motore di ricerca di un cambiamento sistemico verso la sostenibilità. Con la sua newsletter “Marta’s Symbiosis Bubble” aiuta ad abbattere le barriere della Simbiosi Industriale, costruendo passo dopo passo un futuro più sostenibile.

Abbiamo potuto fare una bella chiacchierata con Marta, parlare del suo percorso formativo, della sua esperienza a Kalundborg e del suo ruolo come facilitatrice nel Progetto Livorno Simbiosi Industriale promosso dal Gruppo Simbiosi Industriale con il supporto del Comune di Livorno, Confindustria Toscana Centro e Costa e ASA (Azienda Servizi Ambientali).

Marta, come sei arrivata a occuparti di Simbiosi Industriale?

È iniziato tutto per passione. Durante i miei studi a Verona mi sono resa conto che non si parlava mai di un modello alternativo a quello lineare classico: profitto, crescita, risorse illimitate. Ho iniziato a chiedermi se non ci fosse un problema di fondo, e da lì è nata la mia tesi triennale sull’Economia Circolare, dove per la prima volta ho incontrato il concetto di Simbiosi Industriale.

Poi mi sono trasferita a Copenaghen e per caso un’amica mi ha detto che sua madre lavorava a Kalundborg. Sono andata lì con il mio zainetto a presentarmi. All’inizio mi hanno detto “grazie, sei molto appassionata, ma non ci serve nessuno”. Dopo qualche mese mi hanno contattata e da lì ho iniziato a lavorare come student assistant nel team di facilitazione. È stato l’inizio di tutto.

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Cosa ti ha insegnato l’esperienza a Kalundborg?

La cosa più sorprendente è stata vedere quanto un team piccolo di facilitatori di cinque, sei persone, possa avere un impatto così grande. Kalundborg non è solo un caso di studio accademico: è un ecosistema attivo dove si scambiano materia, energia e acqua a livello locale, e in parallelo il team gestisce progetti di consulenza internazionale, dall’Africa al Brasile.

Lavorare lì mi ha dato la possibilità di capire concretamente cosa fa un facilitatore, e soprattutto mi ha fatto pensare: “se funziona qui, perché non può funzionare altrove?”

Kalundborg però non è tutto rose e fiori. Ci sono aziende molto grandi, come Novo Nordisk, che stanno espandendosi a ritmi impressionanti e questo può creare squilibri di potere all’interno dell’ecosistema. Se un’azienda finanzia gran parte delle infrastrutture, a un certo punto potrebbe dire “questo è il mio parco industriale”. Sono dinamiche da monitorare con attenzione.

Quali elementi di Kalundborg sono replicabili altrove?

Tanto è replicabile, a patto che ci siano persone disposte a impegnarsi e a fare le cose difficili. Ogni volta che si parla di Economia Circolare si deve dare valore a qualcosa che nella mentalità comune non ne ha, come i rifiuti, gli scarti, e questo richiede di trovare connessioni, costruire sinergie, mettere in fila tanti piccoli tasselli.

L’idea di fondo è semplice: ogni parco industriale, ogni zona industriale dovrebbe, in qualche misura, esplorare la possibilità di condividere risorse. Magari in un determinato contesto si può scambiare solo l’acqua perché le aziende sono vicine, oppure solo il calore in eccesso. L’importante è porsi la domanda e studiare se è possibile. Poi, diventare un caso grande come Kalundborg dal punto di vista accademico è un’altra cosa. Loro sono stati tra i primi, la ricerca li ha seguiti e ha dato loro visibilità. Ma ci sono altri casi al mondo che fanno cose simili e sono meno conosciuti.

Come è nato il progetto di Simbiosi Industriale a Livorno?

In modo abbastanza avventuroso. Stavo lavorando a Kalundborg quando sono arrivati due ingegneri italiani, da Livorno, in visita. Ho fatto loro la presentazione in inglese, come da protocollo, poi ho capito che erano italiani e siamo passati all’italiano. Abbiamo iniziato a parlare del bello e del difficile di Kalundborg. Alla fine mi hanno detto: “Sei troppo appassionata per non provare a fare un caso in Italia”.

Da lì, in quattro e quattr’otto, con un team molto piccolo abbiamo cominciato a studiare le aziende del polo industriale di Livorno. Siamo partiti senza nessun appoggio esterno: andavamo a bussare alle porte, a spiegare cos’è la Simbiosi Industriale, a capire se c’era interesse.

La svolta è arrivata quando siamo stati invitati alla Biennale del Mare di Livorno. Avevamo portato anche una persona da Kalundborg, come testimonianza diretta. Confindustria era presente, il progetto è piaciuto molto, e da lì è nato l’accordo per finanziare tre anni di attività di studio e mappatura. Adesso siamo nella fase di raccolta dati, con NDA firmati e aziende molto interessate. L’obiettivo è passare dalla fase di studio alla ricerca di fondi per implementare concretamente gli scambi che stiamo individuando.

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In cosa il progetto di Livorno si differenzia dal modello danese?

A Kalundborg il facilitatore è un po’ esterno: riceve i dati, coordina, ma le aziende tra loro decidono in larga autonomia quali scambi fare e quali investimenti realizzare. L’innovazione che stiamo portando a Livorno è un approccio diverso: noi facilitatori siamo il punto di riferimento centrale. Raccogliamo i dati, mettiamo in connessione le aziende, le facciamo parlare, teniamo le redini della situazione.

Questo è importante perché le persone che lavorano in azienda hanno mille cose da fare. Se non c’è qualcuno che tiene il filo, si perde il ritmo. Una delle difficoltà più grandi di questi progetti è proprio la tempistica: passare dal “sì, mi piace la simbiosi” al raccogliere i dati, analizzare, scegliere le priorità e poi affrontare le complessità reali, come la compatibilità chimica di un sottoprodotto, la regolamentazione, la logistica. È lì che si apre il mondo vero della simbiosi, che richiede tempo, studio e tante persone allo stesso tavolo.

In più, non ci limitiamo alla mappatura. Facciamo rete a livello internazionale, partecipiamo a bandi europei, costruiamo connessioni con altri facilitatori. Già solo il fatto di partecipare al progetto ha portato benefici concreti: un’azienda ci ha detto che ha vinto un bando europeo semplicemente dichiarando di far parte di un progetto di simbiosi industriale.

Cosa fa concretamente un facilitatore di simbiosi industriale?

Il ruolo del facilitatore è un gran marasma, nel senso migliore del termine. Dall’esterno sembra che sia solo mappatura e facilitazione. In realtà è gestione delle persone, organizzazione di chiamate e incontri facendo attenzione che nessuno si senta escluso, costruzione della fiducia con le aziende, comunicazione del progetto, partecipazione a bandi, networking internazionale.

La base è essere persone che hanno voglia di trovare soluzioni. Bisogna essere empatici, saper creare fiducia, far capire alle aziende che hai la competenza ma anche la passione per farlo.

Poi servono competenze tecniche e tante connessioni: la politica, le associazioni di categoria, le aziende. Far parlare realtà che nella quotidianità non si parlerebbero, e mantenere l’equilibrio tra tutte queste forze, non è facile.

La mia speranza è che il ruolo del facilitatore di simbiosi venga riconosciuto a livello istituzionale, che nascano corsi di studio dedicati e che diventi una posizione lavorativa standardizzata. Per ora è un piccolo mondo che deve ancora sbocciare.

Quali sono gli ostacoli principali alla diffusione della Simbiosi Industriale secondo te?

La mia tesi magistrale ha risposto proprio a questa domanda, e la risposta è che la difficoltà più grande è il knowledge sharing, la condivisione della conoscenza. Se ne parla spesso in modo troppo accademico, mentre il concetto di base è semplice: parliamo e cerchiamo di scambiarci risorse che altrimenti andrebbero sprecate.

Le aziende spesso non sanno nemmeno cosa sia la Simbiosi Industriale. E quando lo scoprono, a volte faticano a credere che sostenibilità e vantaggio economico possano andare insieme. Eppure le imprese oggi hanno bisogno di risparmiare, di avere risorse vicine, di semplificare la propria realtà produttiva. Le normative ambientali si fanno sempre più stringenti, le materie prime costano sempre di più, la gestione dei rifiuti è sempre più onerosa. La simbiosi mette insieme tanti puntini: è complessa, è difficile, ma quando funziona gli impatti sono concreti e misurabili.

La mia fiducia è che a livello europeo si cominci a investire in modo strutturato sulla Simbiosi Industriale. Ma intanto, dal basso, aziende come voi, come Sfridoo, e progetti come il nostro a Livorno stanno dimostrando che è possibile. La simbiosi dovrebbe essere la normalità, non l’eccezione. Perché continuare a sprecare risorse, quando la soluzione è collaborare?

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