Nella foto sono presenti due persone sedute attorno un tavolo sul quale sono presenti dei libri

Significato legale dei sottoprodotti: la Cassazione chiarisce le regole

In due sentenze, la Corte ripete le differenze tra rifiuto e sottoprodotto, specificando le implicazioni pratiche e normative.

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Economia Circolare Pubblicato il 15 Giugno 2022

Cosa sono i sottoprodotti

Prima di entrare nel merito della giurisprudenza è opportuno fare una breve premessa e spiegare cosa sono i sottoprodotti.

Un sottoprodotto è un residuo di un ciclo di produzione che, a precise condizioni di legge, non è destinato a diventare rifiuto, bensì può essere riutilizzabile nello stesso o in altro processo di produzione.

Per questa ragione, i sottoprodotti sono uno strumento fondamentale per introdurre l’Economia Circolare nelle aziende, perché rappresentano una concreta applicazione di un principio basilare del sistema circolare: la riduzione dei rifiuti mediante la prevenzione degli stessi.

Nello specifico, costituiscono un cardine della normativa che disciplina e promuove questo nuovo modello economico, in sostituzione di quello attuale basato su uno sviluppo lineare.

L’importanza dei sottoprodotti

L’importanza dei sottoprodotti risiede nel fatto che essi, oltre che essere virtuosi per l’ambiente, costituiscono un grande vantaggio economico per le aziende.

Infatti, queste sostanze o oggetti rappresentano alternative legali alla produzione di rifiuti, che comportano, in prima istanza, un sostanziale risparmio di costi.

A ciò si aggiungono, in seconda battuta, i veri e propri profitti derivanti dalla commercializzazione di questi scarti destinati a una seconda vita produttiva.

I sottoprodotti, quindi, sostituiscono le corrispondenti materie prime vergini, con un significativo risparmio di risorse economiche e con diverse vantaggi di natura ambientale e sociale.

 

I sottoprodotti nella giurisprudenza

I sottoprodotti si confermano un tema caldo anche in ambito giurisprudenziale, in particolare di natura penale.

Sono numerosi, infatti, i procedimenti penali in Italia aventi a base questioni legate alla gestione di questi materiali.

Nel nostro Paese, il compito di garantire la corretta e uniforme interpretazione delle leggi vigenti, anche quelle di tipo ambientale, è proprio dell’Organo giudiziario più alto: la Corte Suprema di Cassazione, le cui sentenze decidono in via definitiva tutti i procedimenti giudiziari.

Ai fini di questo articolo, le pronunce della Corte rivestono un ruolo di grande importanza in particolare per gli operatori economici che gestiscono rifiuti, perché chiunque si trovi o possa trovarsi in una delle situazioni che analizzeremo può ricavare preziosi insegnamenti sul modo in cui interpretare la normativa.

Ma soprattutto può evitare pesanti sanzioni penali: sia di natura detentiva sia economica.

 

Il caso dell’autodemolitore: cosa è successo

Nella prima vicenda, il legale rappresentante di un’autodemolizione era stato condannato in primo e secondo grado per i reati di “attività di gestione di rifiuti pericolosi non autorizzata” e “deposito incontrollato di rifiuti”.

L’accusa all’imprenditore era quella di aver gestito un’attività di autodemolizione senza alcuna autorizzazione.

Infatti, erano stati depositati presso la sede della società diverse decine di veicoli a motore, in stato di abbandono, perché privi di parti interne, meccaniche ed elettriche e in pessimo stato di conservazione.

Nello stesso posto aveva, inoltre, lasciato, rifiuti speciali anche pericolosi, come pneumatici usati, pezzi di veicoli, radiatori dell’olio e dell’aria condizionata, bombole, parti elettriche, batterie.

L’imputato ha, quindi, proposto ricorso per cassazione contro la sentenza di condanna della Corte di appello.

Come si è difeso l’imputato

L’argomentazione difensiva principale dell’imputato è stata la seguente.

Secondo l’autodemolitore, le autovetture e i pezzi a esse ricollegati, rinvenuti presso la sede dell’impresa, non sarebbero stati da ritenere rifiuti, bensì sottoprodotti vendibili. E questo proprio perché l’imputato svolgeva l’attività di commercio all’ingrosso di veicoli usati, e, di conseguenza, non vi sarebbe stato bisogno di alcuna specifica autorizzazione.

In effetti, rispetto a quella dei rifiuti la gestione dei sottoprodotti non necessita di alcuna preventiva autorizzazione. Ma questo non vuol dire certo che i sottoprodotti siano privi di regole.

Come ha deciso la Corte

La Cassazione non accoglie le affermazioni dell’imputato.

Essa parte dalla nozione di rifiuto sancita dal Testo Unico Ambientale. Per “rifiuto” si intende “qualsiasi sostanza od oggetto di cui il detentore si disfi o abbia l’intenzione o l’obbligo di disfarsi“. 

I giudici della Corte Suprema proseguono ricordando che sostanze e materiali, derivanti da un ciclo di produzione aziendale, acquistano la qualità di rifiuto a due condizioni:

  • il fatto che si tratti di residui di produzione di cui il detentore vuole disfarsi;
  • il fatto che la materia in questione non abbia i requisiti del sottoprodotto.

Una volta acquisita, questa qualità non viene meno né a causa di un accordo di cessione a un altro soggetto, né in forza del valore economico riconosciuto ai beni nel medesimo accordo

L’elemento discriminante, per la Suprema Corte è la volontà del produttore del residuo di disfarsi di quest’ultimo, non l’utilità che potrebbe ricavarne l’eventuale acquirente.

Nel caso in questione, la natura di “rifiuti” si può dedurre dalla quantità, dalle condizioni e dalle modalità di custodia degli oggetti.

La maggior parte di tali beni, affermano i giudici, per le condizioni in cui si trovavano, non potevano essere oggetto di vendita, perdendo di conseguenza la qualifica di sottoprodotti e acquisendo a tutti gli effetti quella di “rifiuti”.

Per tutti questi motivi, la Corte di Cassazione rigetta il ricorso dell’imputato, confermando la sentenza di condanna emessa dalla Corte d’appello.

Il caso del fabbro: cosa è successo

Nel secondo procedimento, la Suprema Corte è stata chiamata a occuparsi del caso di un altro piccolo imprenditore: un fabbro.

Questi è stato accusato di aver abbandonato rifiuti speciali non pericolosi, tra cui rottami ferrosi, ceneri derivanti da combustione e imballaggi metallici, nell’area adiacente al capannone all’interno del quale veniva svolta l’attività di impresa.

L’imputato ha proposto ricorso per Cassazione contro la sua condanna.

Come si è difeso l’imputato

Secondo la difesa del fabbro i materiali ferrosi rinvenuti dalla Guardia di Finanza sarebbero stati qualificabili non come rifiuti, ma come sottoprodotti, essendo destinati al mercato del recupero dei rottami ferrosi.

Sulla base delle norme del Testo Unico Ambientale, il fabbro sostiene che si sarebbe dovuto escludere la natura di “rifiuto” dei materiali rinvenuti.

Per l’imputato si sarebbe trattato infatti di materie prime e di scarti di lavorazione che avevano possibilità di riutilizzo.

Come ha deciso la Corte

Anche in questo caso la Corte di Cassazione non risulta d’accordo con la difesa.

Non si può dar credito alle affermazioni difensive per una semplice ragione: la difesa non ha fornito alcuna prova a sostegno di quella tesi.

A tal proposito, i giudici rammentano un principio fondamentale: “in materia di gestione dei rifiuti, ai fini della qualificazione come sottoprodotto di sostanze e materiali, deve essere l’interessato a farsi carico dell’onere della prova che un determinato materiale sia destinato con certezza ed effettività, e non come mera eventualità, a un ulteriore utilizzo.”

Questo onere probatorio, conclude la sentenza, nel caso di questione non è stato adempiuto dall’imprenditore, per cui le argomentazioni di costui non possono essere accolte.

Anche in questo caso, la conclusione del procedimento, pertanto, è il rigetto del ricorso dell’imputato e la conferma della sentenza di condanna.

 

Abbiamo ancora tanta strada da fare

Se gestiti correttamente, i sottoprodotti sono un emblema di circolarità industriale, in quanto costituiscono una grande opportunità di sostenibilità ambientale e produttività economica.

Tuttavia, in Italia, intorno a questo istituto giuridico c’è ancora molta, forse troppa, diffidenza.

Ne sono prova tre elementi:

  • una normativa ancora troppo farraginosa;
  • una prassi amministrativa spesso “creativa”;
  • alcuni discutibili precedenti giurisprudenziali della stessa Corte di Cassazione specie in materia di “normale pratica industriale”.

Tuttavia, i principi giuridici contenuti nelle due sentenze della Suprema Corte sopra esaminate sono chiari.

Da queste pronunce, dunque, tutti gli operatori economici che abbiano a che fare con i sottoprodotti possono trarre lezioni di grande importanza pratica.

 

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