economia circolare e covid19

Economia Circolare e Covid-19: come affrontare la ripartenza?

Che cos'hanno in comune Covid-19 ed Economia Circolare? Ne parliamo con Carlo Ghiglietti, fondatore di .zeroenvironment e del primo Podcast italiano dedicato a questi temi: Pensa Circolare

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Video Pubblicato il 24 Maggio 2020

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Economia Circolare e Covid-19, come affrontare la ripartenza?

L’attuale pandemia di Covid-19 trova possibilità in una ripartenza verso l’economia circolare per le aziende? Ne ho parlato con Carlo Ghiglietti, fondatore di .zeroenvironment e del primo Podcast italiano dedicato a questi temi: Pensa Circolare.

L’intervista, ci tengo a sottolinearlo, è stata registrata nelle prime settimane del lock-down italiano. In questo confronto con Carlo, abbiamo affrontato diversi temi legati al grande concetto dell’economia circolare: dalla ripresa economica, al green marketing, fino ad arrivare a strumenti operativi che Carlo consiglia alle aziende per diventare davvero circolari.

Cominciamo!

Carlo, come dovrebbero affrontare le aziende la ripartenza da Covid-19, all’insegna dell’economia circolare?

La mia più grande preoccupazione è la ripresa stessa.
Dobbiamo sostenere economicamente questa ripresa per far fronte al problema economico che si è creato in queste ultime settimane. Sono preoccupato perché secondo me nella ripresa sarà a mille. Andremo a mille all’ora perché dobbiamo recuperare tutti i soldi persi.

In Italia si parla moltissimo di economia circolare: queste due parole magiche che spesso tornano. Ma la verità è un’altra. Il problema è che le imprese che applicano modelli sostenibili circolari ve ne sono davvero poche. Anche se continuano a dire che noi siamo i primi della classe nell’economia circolare. Che siamo i primi della classe a recuperare i gli scarti che produciamo. Non è così, altrimenti eravamo davvero i primi della classe. Invece non lo siamo per niente.

Il problema è che i modelli circolari non sono consolidati nella nostra piccola e media impresa. Quando noi ripartiremo, ripartiremo con dei modelli consolidati che sono lineari perché sono più semplici perché noi abbiamo sempre usato quelli. Li useremo ancora per la ripartenza perché sono più semplici. Li conosciamo di più. Abbiamo perso 3 anni di comunicazione e lavoro sul tema dell’economia circolare.

Come vedi il New Green Deal che fino a un mese fa metteva sul piatto 1000 miliardi di euro dall’Unione Europea sembra essere dimenticato. A meno che la ripartenza sia proiettata su modelli circolari, come aveva previsto il Green Deal. Per l’Italia la vedo dura.

Stiamo forse sbagliando le modalità per una programmazione strategica, e così?

Noi non abbiamo lungimiranza. Secondo me a livello europeo ci sono delle degli Stati membri che hanno fatto dell’economia circolare una sorta di road map già da tempo. Mi immagino l’Olanda perché lo sanno tutti che è molto avanti su questi temi. Noi abbiamo sempre visto a 10 cm dal nostro naso: non abbiamo mai avuto la lungimiranza di pensare a qualcosa di medio-lungo termine, abbiamo sempre guardato al problema che si poneva al momento.

Non abbiamo una roadmap sull’economia circolare. L’italia è un paese con grandi opportunità ma senza capacità sistemiche.

E su questo il Circular Economy Action Plan può essere utile? Come anche il Pacchetto Economia Circolare europeo del 2015 che, a breve, deve essere disciplinato e adottato a livello nazionale, cosa ne pensi?

Noi aspettavamo luglio di quest’anno per recepire tutto il pacchetto dell’economia circolare. Rimane un grande punto di domanda. Se tanto mi dà tanto noi andremo a prorogare questo termine.

La cosa che mi ha fatto riflettere è che per tutte le puntate del mio Podcast, in particolare quelle fatte durante questo periodo di pandemia, un tema che usciva sempre è che le filiere in futuro si accorceranno. Avremmo bisogno di ricostruire delle filiere circolari locali perché usciamo da una situazione strana. Usciamo da una situazione dove ci saranno probabilmente due anni di tempo prima che tutto si risolva. Quindi mi immagino che in questi due anni di tempo la distanza sociale rimarrà tra le persone e rimarrà tra anche tra la produzione, questo ricadrà inevitabilmente negli scambi che saranno molto più locali, piuttosto che di lungo raggio.

Il concetto dell’economia circolare così come è stato spiegato fino adesso a maggior ragione si dovrà adottare sui territori.

Spiegaci di più sul tuo podcast Pensa Circolare, il primo podcast italiano sui temi dell’economia circolare

L’idea è nata perché io da circa sei anni mi dedico in modo specifico all’economia circolare. Il mio background è di stampo manageriale. Ho fatto il manager in grandi multinazionali legate al mondo dell’ingegneria ambientale. Quando mi trovavo a parlare di economia circolare sembravo fuori posto e ho pensato: o è colpa mia oppure c’è qualcosa che non va.

Dalla disperazione è nato il podcast proprio perché dovevo cercare una strada di comunicazione che fosse diversa dalle solite. Ho un blog .zeroenvironment dove già parlavo di economia circolare, ma non bastava. Perché la gente non legge, legge pochissimo.

Allora mi sono messo a studiare come fare un podcast.

E ci sei riuscito: sei il primo esempio virtuoso di Podcast sul tema dell’economia circolare!

Moltissimi altri podcaster fanno cose incredibili da tempo. Nel mio piccolo, l’intento era quello di far capire cos’è l’economia circolare: soprattutto a imprenditori e manager, sia pubblici che privati. Questo perché queste figure hanno un grande peso in questo concetto che secondo me è uno degli argomenti che queste due categorie devono assimilare e comprendere nel profondo.

Mi ricordo che te ne parlai – del Podcast – ad un Ecomondo del 2016 dicendo a te Mario e Andrea che l’avrei fatto. Non sapevo neanche da che parte iniziare, poi ho studiato e realizzato il podcast.

Il primo ad essere intervistato sei stato proprio tu, Marco.

Ogni due settimane realizzo una puntata per il mio podcast dove intervisto una persona che dell’economia circolare e della sostenibilità fa il proprio lavoro. Quotidianamente.
Questo secondo me è importante: parlare di economia circolare agli imprenditori e ai manager con persone che dell’economia circolare si sporcano le mani tutti i santi giorni.

Come selezioni gli ospiti di Pensa Circolare?

Un grande bacino da cui prendo informazioni è Twitter. Io non twitto tanto, anzi, pochissimo. Ma seguo un sacco di persone che secondo me stanno lavorando sull’economia circolare. E’ da Twitter che scopro persone nuove, che poi approfondisco.

Che cosa fanno? E’ il caso di intervistarli? Non mi interessa sinceramente che abbiano scoperto l’acqua calda. Piuttosto mi interessa quello che loro hanno dentro: la passione che hanno verso questo lavoro. Possono anche aver inventato lo Space Shuttle ma sono interessato a persone appassionate che credono nel proprio lavoro.

Devo dire che ho conosciuto un sacco di persone nuove molto competenti che sono davvero appassionate di questi temi. Per cui mi fa piacere che le persone che ascoltano il mio podcast non sentano la solita lezioncina. Non mi interessa fare le lezioncine. Mi interessa che le persone capiscano, attraverso il lavoro di altri, che cosa davvero significhi fare economia circolare.

La comunicazione è davvero importante Carlo, dunque come dovrebbero le aziende sfruttare i vantaggi di una comunicazione green? Quali potrebbero essere, secondo te, le modalità per riposizionarsi anche in chiave circolare grazie al green marketing?

Ma guarda Marco… io, quando parlo a i miei potenziali clienti, vado a vedere il sito internet. Chi sono, cosa fanno, eccetera. Spesso mi capita di parlare con delle persone che mi dicono “ma io sono circolare” e magari è proprio così! Però non c’è evidenza nel sito internet. Mi piacerebbe trovare nei siti internet una pagina dove le aziende possano comunicare le azioni che intraprendono nella sostenibilità.

Non bisogna comunicare delle azioni eclatanti. Non mi interessa. Bisognerebbe comunicare gli step che si fanno verso questi obiettivi circolari e sostenibili. che si fanno verso vicini circolare

Ho sempre in mente una chiacchierata che abbiamo fatto qualche tempo fa insieme a un altro nostro amico: Guido Scaccabarozzi, dove pensavamo di portare nelle imprese uno strumento che potesse anzitutto misurare il punto zero in ambito sostenibilità ed economia circolare. Per poi partire e raggiungere degli obiettivi sostenibili e circolari. Anche dal punto di vista economico. Perché, comunque, la strada per raggiungere degli obiettivi circolari non è a buon mercato.

Quindi cominciamo nel dire di comunicare questi passi verso la sostenibilità. A questo percorso di aggiunge la responsabilità sociale di impresa perché l’economia circolare non è staccata dalla responsabilità sociale d’impresa. Ci tengo a dirlo, l’economia circolare non è riciclo non è che io faccio economia circolare solamente nel campo dei rifiuti e degli scarti. 

E’ una battaglia, Carlo – quella sulla similitudine tra economia circolare e riciclo – che portiamo avanti insieme: economia circolare è tanto di più

E’ un concetto che abbraccia tanti aspetti: dall’ecodesign agli impatti. Azioni che vanno al di là del piantare 4 alberi. Ma sono azioni che le aziende possono fornire al territorio in qualsiasi modo purché il loro concetto sia compensare un’esternalità negativa verso l’ambiente e la componente sociale. Non per aumentarne il valore del Brand ma per far sì che le persone capiscona che l’azienda è attiva verso territorio che le ospita, ed è questo secondo me un altro concetto fondamentale.

Se fallisce un territorio fallisce anche l’azienda…

Esatto. La capacità è quella di far sedere tutti gli stakeholder del territorio intorno a un tavolo e parlare e programmare la crescita del territorio insieme.
Io programmo e so che sono un’azienda che ha un impatto sull’ambiente. Ma so anche che l’impatto sull’ambiente l’ho analizzato e sto cercando di migliorarlo. Questo viene più facile se ragioniamo tutti insieme compensandoci e valorizzando i distretti produttivi industriali. Questo non è stato ancora capito. Secondo me è la chiave di volta per una crescita dei territori.

Spesso e volentieri il focus principale è il prodotto. Invece dovrebbero cominciare a pensare che non è solo il prodotto da valorizzare ma bisogna avere anche un pensiero laterale per comprendere come aumentare le performance delle imprese verso l’ambiente.

Mi immagino sempre i manager chiusi nella loro azienda. Tutti concentrati nei loro progetti: lo ero anch’io, quindi so cosa vuol dire. Avere un sacco di idee ma non poterne valorizzare.
Mi immagino un futuro dove i manager saranno uguali ai calciatori di calcio. Dove questi giocatori vengono comprati o “affittati”.
Conosco colleghi che sono fantastici ma che, tenuti chiusi nella loro scatola, non riescono a fare un bel niente. Probabilmente se la scatola fosse aperta con le altre imprese potrebbero tutte avantaggiarsi pescando l’esperienza di persone e manager che possono essere importanti lo sviluppo di alcuni progetti. Perché no?

Oltre agli aspetti sistemici, quali consigli daresti a un’azienda che vuole diventare circolare?

Io la prima cosa che consiglio a un’azienda che vuole intraprendere la strada verso la sostenibilità e dell’economia circolare, è quello di fare un assessment preliminare. Quindi capire a che punto sono. Fare dunque un punto zero. Perché probabilmente molte aziende stanno facendo delle azioni che sono circolari, sono sostenibili, ma non lo sanno. Fare un punto zero vuol dire anche capire quali sono i processi che vanno migliorati in un’ottica di performance circolare. Anche per valorizzare quelli che sono già potenzialità dell’impresa e su quello si va a lavorare: su quello che già c’è perché se c’è vuol dire che inconsapevolmente tu stai già facendo qualcosa in questa direzione.

Tutta l’azienda deve pensarla allo stesso modo. Quindi bisogna partire da un primo step per sviluppare e implementare il concetto con tutta la l’azienda. Con tutte le persone che ci lavorano.

Quindi parliamo anche di formazione, come la vedi in questo senso un training interno per le aziende?

La formazione è fondamentale. Perché se io devo giocare una partita di calcio contro Real Madrid… studio come come gioca il Real Madrid. Altrimenti non posso mettere delle azioni a difesa dei loro attacchi. Devo formare le persone, come vengono formati i giocatori di calcio, mostrando loro quali sono gli obiettivi e quale sia il potenziale della dell’economia circolare. E’ imprescindibile.

Ci sono tantissimi modi per formare le persone. Continuo ad essere un po’ magari visionario su certe cose però io mi stufa da morire quando mi mettevano in un’aula sentire 4 persone che mi parlavano mi formavano eccetera. Al contrario ci sono degli hackathon aziendali che si possono fare. Oppure anche dei meetup dove parlare di determinati temi.

Gli strumenti che ci sono adesso per formare sono davvero tanti. L’ultimo è quello solito del professorino, ma non è la strada giusta per far capire che cos’è l’economia circolare.

Piuttosto un hackathon serve a sviluppare insieme dei progetti circolari che mi servono. Sono le persone interne all’azienda ciò che mi serve per sviluppare dei progetti in questo ambito. Hanno molta più sensibilità di qualcuno che arriva dall’esterno. Magari un esterno può arrivare come facilitatore ma lo sviluppo deve essere all’interno dell’azienda e questo modo di fare formazione risulta molto ma molto più efficace degli altri.

Quindi parli anche di un learning-by-doing. Cioè un imparare facendo direttamente. Quindi dei workshop?

Si ma dei veri workshop. Non workshop per mettersi a fare 4 ore di spiegazione. Significa invece lavorare su progetti. Lavorare per assimilare dei concetti attraverso delle proposte di progetto. Attraverso dei brainstorming: questo vuol dire fare workshop. Almeno io interpreto così tutta la parte di formazione.

Ci consigli un libro?

Blue Economy secondo me è un libro fondamentale. Mi ha fatto capire una cosa. Se Io produco una sedia, aldilà della responsabilità estesa del produttore – uno dei concetti fondamentali dell’economia circolaredevo cominciare a pensare di produrre o comunque di creare un business diverso. Un business per cui mi riprendo quella sedia. Un business che ripari quella sedia. Quella sedia deve progettata proprio per essere riparata.

Secondo me una cosa fondamentale che le aziende devono capire è che non basta più solo pensare a produrre qualcosa. Dobbiamo pensare anche di fare qualcosa quando il prodotto che abbiamo creato ha finito di vivere. Lo dobbiamo riportare in un altro processo affinché si possa farne ancora altre materie, altri oggetti.

Devo fare in modo che il materiale possa essere riciclato. Devo fare in modo che possa essere montata facilmente, manutenzionato facilmente. Devo cominciare a progettare in maniera diversa pensando che quell’oggetto per forza me lo dovrò riportare a casa. Quindi questo riportarlo in casa vuol dire che devo creare una filiera diversa.

È un processo diverso di recupero. E lo devo fare io in prima persona. Questo libro mi ha aperto lo sguardo su questi aspetti.

Grazie Carlo per i tuoi consigli che speriamo possano essere adottati dalle aziende nel momento della ripartenza, attraverso l’economia circolare.

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