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Cosa sono gli AEE? E quali sono le differenze con i RAEE?

I dispositivi elettronici oramai fanno sempre più parte della nostra quotidianità. Così come nel proprio salotto, cucina, stanza da letto, anche nelle aziende gli AEE sono sempre più presenti. Ma cosa sono esattamente gli AEE? Scopriamolo in questo approfondimento

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Economia Circolare Pubblicato il 13 Settembre 2019

Indice

  1. Cosa sono gli AEE?
  2. Esempi di AEE
  3. Cosa sono i RAEE?
  4. La differenza tra AEE e RAEE
  5. Gli AEE e l’entrata in vigore dell’open scope
  6. L’End Of Life
  7. Quanti RAEE si smaltiscono in Italia?
  8. Quanto costa smaltire i RAEE per un’azienda?
  9. Le forme di valorizzazione dei RAEE
  10. RAEE e Urban Mining

Cosa sono gli AEE?

La domanda arriva spesso diretta quando la sigla AEE viene citata all’interno di siti che raccontano del concetto di zero waste e lotta contro i rifiuti. Proprio per questo motivo abbiamo deciso di dedicare un approfondimento al tema delle Apparecchiature Elettriche ed Elettroniche (AEE) e della differenza con i RAEE.

La normativa italiana con il Decreto Legislativo 14 marzo 2014, n. 49 in attuazione della Direttiva 2012/19/UE definisce AEE come “tutte le apparecchiature che dipendono, per un corretto funzionamento, da correnti elettriche o da campi elettromagnetici e le apparecchiature di generazione, trasferimento e misurazione di queste correnti e campi e progettate per essere usate con una tensione non superiore a 1000 volt per la corrente alternata e a 1500 volt per la corrente continua”.

Esempi di AEE

Sono AEE per esempio condizionatori, frigoriferi, lavatrici, lavastoviglie, PC, smartphone, tablet, stampanti, TV e monitor (anche a tubo catodico), ventilatori, sorgenti luminose…

Cosa sono i RAEE?

RAEE, è l’acronimo di Rifiuti da Apparecchiature Elettriche ed Elettroniche. Ai sensi dell’art. 3 comma 1 della Direttiva 2008/98/CE, è rifiuto “qualsiasi sostanza od oggetto di cui il detentore si disfi o abbia l’intenzione o l’obbligo di disfarsi”. Tale definizione include “tutti i componenti, sottoinsiemi e i materiali di consumo che sono parte integrante del prodotto al momento in cui il detentore si disfi, abbia l’intenzione o l’obbligo disfarsene”. Una volta che un dispositivo elettronico viene considerato rifiuto viene inquadrato come RAEE.

I RAEE sono anche noti con il loro acronimo inglese WEEE (Waste Electrical and Electronic Equipment).

La differenza tra AEE e RAEE

Fatta chiarezza sulle definizioni e avendo ben presente il concetto di rifiuto ai sensi della Legge, si può affermare che quando un AEE smette di funzionare e ce ne si vuole disfare diventa un RAEE. Il RAEE è perciò un AEE che viene inserito nel ciclo del rifiuto.

La differenza tra AEE e RAEE molto spesso sta nella scelta di chi ha in mano il dispositivo e quindi diventa un concetto soggettivo. Nessuna definizione infatti menziona lo stato fisico dell’oggetto o la sua funzionalità quanto invece la volontà di disfarsene. Quello che per una persona può non essere più utile per un’altra può ancora costituire un oggetto di utilità e di valore. Un device di alta gamma una volta esaurita la sua iniziale maggiore potenza di calcolo rispetto alla concorrenza, oppure la sua attrattività come novità del mercato e/o status symbol, può essere utilizzato in seguito da chi ha minori esigenze.

A ciò si aggiunge il fatto che la veloce obsolescenza che l’apparecchiatura subisce è quasi sempre programmata. Accade che brand dell’elettronica velocizzino l’obsolescenza dei dispositivi attraverso aggiornamenti dei sistemi operativi allo scopo di appesantire le prestazioni degli hardware, oppure che installino software per bloccare la funzionalità dell’apparecchio dopo un determinato numero di utilizzi o lasso di tempo, in modo da obbligare l’utilizzatore a rivolgersi all’assistenza. Tutto ciò è programmato per avvenire una volta scaduto il periodo di garanzia. Quindi, constatato il motivo del blocco delle funzionalità, verrà suggerito come acquistare un nuovo prodotto risulti più conveniente della riparazione o come essa risulti impraticabile. Se questo può risultare favorevole per il produttore, il quale si garantisce fatturati alti e sicuri, di contro produce un’enorme quantità di rifiuti e tarpa le ali al potenziale sviluppo di servizi di riparazione.

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Gli AEE e l’entrata in vigore dell’open scope

Fino ad agosto 2018, gli AEE erano suddivisi in una categorizzazione puntuale di 10 classi. L’allegato alla normativa sugli AEE, riportava un elenco ben preciso di tutti i dispositivi. Quindi, se un articolo non era incluso nella suddetta lista, risultava fuori dal campo di applicazione. Ciò significava non sapere quale comportamento adottare per i dispositivi non inclusi una volta che questi entravano nel campo del rifiuto.

Dal 15 agosto 2018 non è più così. Il Ministero dell’Ambiente ha infatti pubblicato un documento contenente le Indicazioni operative per la definizione dell’ambito di applicazione “aperto” del Decreto Legislativo n. 49/2014, una guida che supporta a constatare se un dispositivo è compreso nell’ambito di applicazione della Direttiva 2012/19/UE sui RAEE.

Con questo documento è anche entrata in vigore una nuova classificazione degli AEE passando da 10 a 6 categorie. La differenza sostanziale di questa nuova classificazione è che 3 di queste 6 classi includono l’open scope ovvero il “campo aperto”. Questa modifica è stata concepita al fine di includere all’interno degli AEE dispositivi che fino a quel momento non erano inseriti nell’elenco. In questo modo è stato risolto il problema riguardante diversi articoli, che se un produttore non riusciva ad inquadrare in nessuna delle suddette categorie, non poteva considerare AEE, con conseguente esclusione dal campo di applicazione della normativa sui RAEE e non sapendo come comportarsi.

La novità sostanziale di questo Decreto, che permette l’individuazione di un maggior numero di prodotti, è che le 3 nuove classi del “campo aperto” fanno riferimento soltanto a parametri dimensionali. In questo modo, se un prodotto non dovesse risultare ascrivibile a nessuna delle 3 categorie “tipologiche”, certamente potrà essere inserito in una delle altre 3 categorie “aperte”.

L’End Of Life

End Of Life (EOL) o fine vita, immaginabile come la fase in cui un prodotto viene dismesso è in realtà un concetto che indica il momento in cui il produttore interrompe la vendita, la produzione e commercializzazione dei ricambi e il servizio di assistenza. Il produttore potrebbe semplicemente voler limitare o terminare il supporto per il prodotto a scopi commerciali. Questa è una pratica particolarmente nota nel mondo dei software, quando vengono interrotti gli aggiornamenti oppure esso non è supportato dagli hardware più recenti.

Per i dispositivi ciò potrebbe avvenire quando ancora sono integri e i componenti interni ancora validi. Come detto, infatti, la End Of Life potrebbe essere pianificata.

Per questo, ma non solo, la gestione degli End Of Life diventerà sempre più importante. Altre variabili come la contrazione dei tempi di utilizzo dei device sempre più breve e l’incremento della loro richiesta anche in nuovi mercati emergenti non ha soltanto reso problematica la quantità di oggetti da smaltire. Per la costruzione dei dispositivi informatici è reso necessario l’utilizzo di metalli preziosi e delle cosiddette terre rare, queste ultime sempre meno disponibili, ponendo ora anche il problema della scarsità delle materie prime necessarie.

Quanti RAEE si smaltiscono in Italia?

I RAEE sono una delle poche categorie per le quali sono disponibili diverse agevolazioni nei confronti dei consumatori: La direttiva 2008/98/CE ha introdotto la responsabilità estesa del produttore (EPR – Extended Producer Responsibility) applicata ai RAEE, che comporta l’obbligo per i produttori di gestire la fase di fine vita dei prodotti immessi sul mercato sia attraverso l’assunzione dell’onere economico relativo al loro smaltimento, sia curando direttamente il ritiro degli stessi prodotti.

Dal luglio 2016 è in vigore il DM 121/2016 noto come “Decreto uno contro zero”, che permette al consumatore la possibilità di riconsegnare i piccoli elettrodomestici ai negozi senza l’obbligo di acquistarne di nuovi. La consegna gratuita è consentita per dispositivi con dimensioni sino a 25cm, che non si vogliono più utilizzare, presso punti vendita con superficie superiore ai 400 metri quadrati.

Tutti i rivenditori e i negozianti di elettrodomestici, a prescindere dalla superficie del punto vendita, sono invece tenuti a consentire la consegna gratuita da parte dei clienti di dispositivi usati di ogni dimensione a fronte dell’acquisto di un nuovo prodotto. Oltre a ciò, è obbligatorio provvedere al trasporto delle apparecchiature domestiche ritirate presso i centri di raccolta comunali. Purtroppo molti cittadini non sono al corrente di queste agevolazioni che comunque sono disponibili solo per consumatori e nuclei domestici.

Sono 421.344 tonnellate i RAEE raccolti complessivamente in Italia dai sistemi collettivi nel 2018 secondo dati CDCRAEE (Centro di Coordinamento RAEE), senza specificare però quale tipo di recupero o smaltimento venga effettuato.

Con circa 5 kg raccolti per abitante, l’Italia si classifica ben dietro Francia, Regno Unito, Irlanda, Austria e Belgio che ne smaltiscono 8 pro-capite. Svizzera e Norvegia sono al primo posto con 9 kg. Secondo le rilevazioni del Consorzio, nel 2018 è stato avviato al riciclo soltanto il 42,84% dei RAEE, con le norme che prevedono l’obiettivo del 65% per il 2019.

Quanto costa smaltire i RAEE per un’azienda?

Diverso è il discorso per le utenze produttive, dato che per Legge i RAEE non sono rifiuti assimilabili agli urbani. I nuclei produttivi che spesso hanno a disposizione lotti con numerosi dispositivi sono implicitamente costretti dalla normativa a trattare questi oggetti all’interno della disciplina dei rifiuti una volta terminato l’uso. Questo significa dover produrre documenti e dover spendere ingenti somme di denaro perché, generalmente, l’attività di ritiro è effettuata a costo. Solitamente lo smaltimento per queste utenze viene effettuato da aziende specializzate o dalle multi-utility con dei costi a listino.

Una testata giornalistica ha indagato i costi di smaltimento fingendosi una piccola impresa e rivolgendosi ad AMSA, la municipalizzata di Milano. Quest’ultima, ha chiesto 8 euro per ogni monitor e PC; il costo per tutti gli altri apparecchi è a peso, 0,85 euro al kg. Se si tratta di apparecchi con batterie il costo sale a 3,5 euro al Kg. A questi vanno aggiunti 35 euro di diritto di chiamata e altri 35 di facchinaggio. In totale, per conferire cinque PC con altrettanti monitor, due stampanti multifunzione e una TV si sono pagati intorno ai 170-180 euro, più IVA.

Le forme di valorizzazione dei RAEE

La valorizzazione dei dispositivi elettronici può avvenire attraverso diversi metodi in diverse fasi di esistenza del prodotto.

  • Per prima cosa si può optare per il riuso quindi evitare di considerare RAEE dispositivi che possono essere ancora utilizzati. Ci sono utilizzatori che non hanno necessità di grandi potenze di calcolo per le attività che svolgono e che quindi possono acquistare i device non più utilizzati da utenti più esigenti che hanno costantemente bisogno di macchine dalle grandi performance. Questi utenti da “seconda mano” sono disponibili sia sul mercato nazionale ma anche e soprattutto in mercati secondari, magari nei paesi in via di sviluppo.
  • Se ritenuto utile si può procedere con un refurbishing, ovvero una rimessa a nuovo con sostituzione con pezzi di ricambio al fine di migliorare le prestazioni.
  • Nel caso di dispositivi danneggiati in uno o più componenti, oppure colpiti da obsolescenza, il refurbishing è reso necessario. A questo proposito si può menzionare la pratica del trashware, l’attività di sostituzione delle componenti danneggiate rimettendo in operatività computer in stato di obsolescenza utilizzando software libero. Inoltre, computer funzionanti ma molto datati, non più utilizzabili come workstation stand-alone, a prescindere dal software utilizzato, possono essere ri-concepiti come semplici thin client all’interno di reti. Non è raro che si effettui trashware per consegnare o donare dispositivi ad enti o persone bisognose, o in zone colpite dal digital divide.
  • Utilizzare i dispositivi come fonte di approvvigionamento di componenti di ricambio quindi smontandoli completamente per utilizzare solo le parti ancora utili.
  • Procedere allo smantellamento meccanico di tutti i componenti con conseguente vaglio dei materiali di cui sono composti. Oltre ai sopracitati metalli preziosi e terre rare è possibile ricavare rame, ferro, acciaio, alluminio, vetro, piombo, mercurio, evitando così lo spreco di risorse e lo sfruttamento di quelle naturali per costruire nuovi componenti.

La scelta ottimale in termini ambientali, sarebbe quella di utilizzare tutte queste soluzioni a cascata riservando all’ultima opzione solo ciò che risulta rimanente da tutte le precedenti. Oggi, invece, accade spesso che l’ultima opzione sia la più gettonata in quanto molto conveniente dal punto di vista dell’effort aziendale nella ricerca del corretto partner commerciale per l’esercizio delle attività descritte.

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RAEE e Urban Mining

L’ultima opzione descritta nell’elenco dei metodi di valorizzazione appena riportato altro non è che urban mining, concetto che si può tradurre in italiano come estrazione mineraria urbana. Questa pratica, senza voler essere inutilmente enfatici, è il futuro prossimo dell’economia per quanto riguarda l’approvvigionamento delle materie prime. Si tratta di ottenere le materie prime da ciò che si trova in ambiente antropico, attraverso demolizioni e smantellamenti dell’esistente non più utilizzato, senza effettuare estrazioni minerarie presso siti naturali. Questo per quanto riguarda i materiali da costruzione ma soprattutto l’elettronica, che vede già oggi diversi dei minerali necessari alla componentistica scarseggiare in natura e raggiungere costi sempre più inaccessibili.

Ma non si arriverà a questo solo per necessità quanto per convenienza economica. Per farsi un’idea basti pensare che un progetto dell’Università di Cagliari ha calcolato che per ogni tonnellata di hardware si ottengono 16 grammi di oro, contro i 2-4 che rendono già economicamente conveniente l’estrazione mineraria. L’oro si trova in tutti i componenti elettronici, persino nelle cartucce per stampanti, ma è importante anche la presenza di argento che si trova tra circa i 5 e 10 grammi in ogni PC.

E’ però il caso di dire che non tutto è oro quel che luccica. Infatti questi nuovi metodi sono ad alto impatto ambientale prevedendo, oltre ad una parte meccanica, anche dei trattamenti chimici con l’uso di sostanze pericolose come solventi, per poter separare i vari materiali in maniera efficace. Bisogna altrettanto sottolineare come le estrazioni di tipo classico siano anch’esse molto impattanti.

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